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Una anomalia italiana Il cinema non è solo immagine. Il sonoro, armonia di musica, rumori e voci, è un elemento fondamentale e altrettanto essenziale per la comunicazione del messaggio cinematografico. In particolare, la voce è lo strumento espressivo che trasmette allo spettatore la psicologia del personaggio, abitualmente in comunione con l’immagine, e in certi casi decodifica le reali emozioni del personaggio, celate dalla simulata esteriorità della recitazione del corpo. Nella maggior parte dei casi, gli addetti ai lavori hanno gelosamente serbato il segreto sulla manipolazione del parlato, sugli invisibili maquillage a cui sono stati sottoposti centinaia di film italiani. Operazioni cosmetiche tese a soddisfare molteplici esigenze: spesso rimedio per assicurare un adeguato livello qualitativo all’opera, certe volte scorciatoia per contenere i costi o ridurre i tempi di lavorazione, sporadicamente strumento di sostegno della recitazione di attori non sempre impeccabili, che pure ha contribuito in maniera determinante a decretarne il successo. È notorio e fin ovvio che i film esteri circolano in Italia doppiati in italiano, cioè la voce originale degli attori, che si esprimono in lingua straniera, è sostituita da voci italiane. Quasi nessuno, invece, sa che già dalla metà degli anni Trenta, e più diffusamente dal dopoguerra, moltissimi lungometraggi italiani e i relativi interpreti, anch’essi italianissimi, sono stati parzialmente o totalmente doppiati, separando il naturale e apparentemente inscindibile abbinamento volto-voce. Un fenomeno esclusivo del cinema italiano che non può essere liquidato come semplice correttivo tecnico, che anzi è divenuto nel tempo elemento chiave per la creazione della perfetta aderenza del volto e della voce al “carattere” idealizzato dal regista. Federico Fellini, durante le riprese, imponeva agli attori, inclusi quelli professionisti, di “muovere le labbra” comunicando scarne cantilene di numeri o frasi senza senso, limitandosi in questi frangenti a curare la sola espressività corporea. Solo poi, in sala di doppiaggio, ricostituiva l’identità organica del verbo con l’immagine. Nemmeno Rossellini, Visconti, Pasolini, Antonioni, Blasetti, Germi, Risi, Comencini, Monicelli, Lizzani, Lattuada, Zeffirelli, Rosi, Leone, solo per citarne alcuni, si sono sottratti a questo impalpabile espediente, trasformatosi nelle provvide mani di valenti cineasti italiani nell’estremizzazione della finzione cinematografica, peraltro mai fine a se stessa. Eppure, analisi o approfondimenti di questa patria deformazione della “apparenza” cinematografica non risultano essere mai stati seriamente avviati.
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Roma prima, Venezia ultima Bene la prima della Festa del Cinema di Roma che surclassa il sempre più ansimante Festival della Serenissima. Venezia ormai da tempo si sta avviluppando in una … laguna di contraddizioni, tra velleitarie vocazioni terzo e quartomondiste e squallide celebrazioni di “W la foca”, film culto dei guardoni dlrle toilette delle autostrade. Una riprova? Un favoloso premio a chi ricorda i titoli dei vincitori degli ultimi 10 Leoni d’oro. Uno sforzo sovrumano di fantasia più che di memoria per scovare pellicole che hanno lasciato un segno così marcato nella storia recente del Cinema che spesso non sono state nemmeno distribuite nel mercato italiano. Veltroni invece, grande esperto di Cinema, ha saputo cogliere le abissali carenze di una manifestazione prigioniera di piccolo-borghesi interessi di bottega e iperboli pseudoecumeniche, o gestita con intenti sempre più lontani dal genuino amore verso il Cinema, collocando il Festival di Roma, appropriatamente chiamato Festa, nella pura promozione e divulgazione dell’arte cinematografica.
Il generale della patacca Come celebrare il centenario della nascita del regista Roberto Rossellini? Subito fatto! Prendere un suo film, facilmente reperibile, rieditato e ristampato in passato almeno un paio di volte e che abbia quindi avuto ampia diffusione cinematografica, trasmesso in tv da trent'anni a questa parte almeno una volta l’anno… et voilà! Ecco la ricetta segreta del restauro del generale della patacca, opps… Della Rovere, sbandierato dalla rinomata ditta di recupero di opere perdute o dimenticate Mostra del Cinema di Venezia 2006, con la partecipazione più che ordinaria di copiosi contributi politici.
Roma… restauro aperto
Il Festival del Cinema di Roma nella sua contrapposizione frontale a quello di Venezia non si è fatto mancare nulla. Così se l’antagonista propina il restauro-bufala de Il generale Della Rovere, i capitolini rilanciano esponenzialmente e, nell’ambito delle celebrazioni del centenario della nascita di Roberto Rossellini, calano l’asso nella manica che scompagina la contesa. Si tratta dello strombazzato restauro di Roma città aperta, presentato in pompa magna con tanto di presidente della Repubblica in platea. Naturalmente nessuno si ricorda e tanti fingono di essersi dimenticati che solo dieci anni prima, sempre a Roma, era stato presentato il restauro dello stesso film, anche in quell’occasione con il tamtam propagandistico al massimo volume. Ora, o si è finto di restaurare una copia già restaurata oppure si è inutilmente duplicato il recupero di una pellicola già bell’e a dipsosizione. Però, come si poteva rinfacciare a Venezia che anche su Rossellini, Roma ce l’ha più duro?
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Ezio Greggio: maglia rosa a "Striscia la notizia", maglia nera nel doppiaggio L’irraggiungibile scalatore di vette immacolate negli indici d’ascolto del popolare tg satirico, quando si cala nei panni dell’attore cinematografico si trasforma inopinatamente in un bolso e arrancante ciclista. La sindrome da celluloide che ha colpito molti comici televisivi di successo poi naufragati mestamente nel tentativo di ripetersi al cinema annovera tra le sue più illustri vittime proprio il popolare showman, che quando ode lo schioccare del ciak smarrisce gran parte della sua trascinante verve. Nell’imbarazzante film Gli svitati, in cui ha avuto la malaugurata idea di farsi affiancare dall’amico Mel Brooks – niente più che un omonimo del geniale creatore di un genere comico con Frankenstein Junior e ormai autoconvintosi da anni che l’arte del far ridere debba per forza consistere nello sbertucciarsi in boccacce e moine –, l’Ezio nazionale si è superato nella foga demolitrice della propria immagine artistica. Cimentandosi nel doppiaggio in italiano della propria balbettante recitazione in inglese, Greggio ci ammannisce un saggio da manuale di imperizia e superficialità, blaterando senza alcuna partecipazione le battute, non azzeccando mai la simultaneità labiale, tanto da illudere lo spettatore di vantare il ruolo di ventriloquo. Un disastro! E come se non bastasse, per ampliare l’effetto ha chiamato come voce italiana di Mel Brooks un doppiatore professionista, per dimostrare a tutti, meno che a se stesso, come abbia molto da imparare in materia. |